Pe viche e vicarielli: la tradizione culinaria a Bacoli

Pe viche e vicarielli La rubrica di Gabriella Galbiati

Questa settimana ci allontaniamo un po’ da Napoli per approdare in una terra magica e ricca: Bacoli. Un paese, di cui vi consigliamo di visitare il centro storico, denso di storia e tradizione e da cui si passa d’estate per andare a mare.

Come spesso ho accennato, i luoghi diventano di interesse storico e culturale soprattutto grazie alle azioni e alle passioni delle persone che li abitano, allo spirito che riescono ad infondere e all’eredità che lasciano. Questo è il caso di Sciardac. Ma cominciamo dall’inizio.

Nel 1922 Maria vende nella sua bottega di Bacoli fascine, carbone, attrezzi per lavorare la terra e, quando capita, anche i prodotti genuini e il sale per le conserve. Un vero è proprio bazar che a causa dell’inflessione del dialetto bacolese si trasforma in Sciardac.

Passano gli anni, il nome non cambia e l’attività comincia a crescere e a cambiare volto. Lo spirito è sempre lo stesso e Sciardac oggi è gestita dal nipote di Maria e dai suoi figli.

Peppino Scamardella ora è il titolare della bottega in cui potete trovare prodotti genuini della nostra tradizione culinaria, formaggi speciali (come un Parmigiano Reggiano vecchio di 12 anni) o un vino rosso leggero e fresco realizzato mischiando Piedirosso e Aglianico. Le conserve di melanzane, zucca e funghi, preparati come una volta, non possono mancare insieme alle marmellate. Ma la vera particolarità sono le pizze: quella di scarola (le scarole sono messe a crudo e unite ad alici, olive e parmigiano) o la classica bacolese preparata con farina di mais. Una cucina semplice e povera che rispetta la storia della nostra terra e che allo stesso tempo rende felice il palato e lo stomaco pieno.

La tradizione di Sciardac continua con Tobia, figlio di Peppino, che si è specializzato in dolci, aprendo al piano di sopra una Bakery mediterranea, dove i dolci della tradizione partenopea incontrano un gusto internazionale.

Insomma un luogo da visitare e da gustare perché la cultura di un popolo è legato anche alla sua cucina.

Gabriella Galbiati